J D Salinger scrittore - Nove Racconti Salinger

Premessa – Dov’è finito il sogno americano?

Negli ultimi tre di Nove Racconti Salinger una trasformazione. La sua virata è totalmente spirituale, quasi a rifiutare tutto quanto concerne la materialità di un mondo troppo dedito al ripudio di sé.

La domanda che ci poniamo è: dov’è finito il sogno americano dopo la seconda guerra mondiale?

Nel tentativo di fornire un quadro esaustivo dei cambiamenti avvenuti in seno agli Stati Uniti è doveroso fare riferimento alla linea di Franklin Delano Roosvelt. Abbiamo già detto, nelle puntate precedenti, che la distinzione Democratico-Repubblicano USA non ha niente a che vedere con la nostra italiana divisione destra-sinistra. Di cui, tra l’altro, abbiamo perso ad oggi il senso, per la opacizzazione del significato di tale suddivisione. Ma soprattutto perché a scuola non si insegna più educazione civica e un po’ di storia fatta bene.

Franklind Delano Roosvelt – Dall’isolazionismo all’interventismo

Ma che c’entra il presidente americano in Nove Racconti Salinger?

Abbiamo citato Franklin Delano Roosvelt in primis perché fu l’unico presidente americano a ricoprire il suo mandato per più di due volte. Fu presidente dal ’33 fino al ’45 coprendo, quindi, quasi quattro mandati, finché non lo sorprese la morte. Fu un grandissimo comunicatore, un vero e proprio influenzatore delle masse, che riuscì a tenere su di sé il consenso, fino alla fine dei suoi giorni. Ci riuscì non solo per via del successo del New Deal, ma soprattutto per quella sua voce che incantava tutti gli americani nelle sue conversazioni al caminetto.

Fu un grandissimo comunicatore, che seppe sfruttare la radio per entrare nei salotti di tutti gli americani.

Ad ogni modo Franklin Delano Roosvelt era un democratico, che riuscì a cambiare rotta e trasformare gli USA da un Paese isolazionista a uno interventista. Con tutti gli scossoni che questa scelta può comportare. Prima di fomentare l’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, Roosvelt cominciò a risanare il Paese con il conosciutissimo New Deal. Il nuovo ordine, non a caso, era la nazionalizzazione delle industrie. Questa scelta, assolutamente socialista, andava contro tutti i principi di un Paese nato per la proprietà privata. E, paradossalmente, fu tramite la trasformazione degli USA da isolazionista a “socialista” che  c’è stata la nascita del Sogno Americano. Fatto di grandi opportunità, ricchezze, belle macchine e donne.

Sicché Roosvelt aveva spinto gli americani a diventare socialisti, poi ad entrare in guerra e, quindi, a risparmiare. E dopo tanti anni di invito al risparmio, alla fine della guerra, come si poteva convincere gli americani a spendere di nuovo? Inoltre, come fare a riempire i granai e svuotare gli arsenali?

Dove ci sveglieremo alla fine della guerra?

Bedford Falls (La vita è meravigliosa) in compagnia di imprenditori generosi come Bailey o in compagnia di reduci nazisti ad Harper (The Stranger)?

Cosa vuole dirci Orson Welles nel mostrandoci un nazista che si è nascosto nel Connecticut, che ripara l’orologio del tempo e insegna storia ai ragazzini delle migliori famiglie americane?

L’America scopre di essersi portata il male in casa. Dopo la guerra gli scienziati tedeschi erano stati equamente spartiti tra URSS e USA. Quegli scienziati che si erano occupati di inventare il nastro magnetico, lo stesso che troviamo nella radio. Il nastro magnetico ti permette di registrare le voci, modificarle, tagliare errori ed esitazioni del parlato.

Gli scienziati tedeschi erano stati spartiti equamente, quegli stessi che hanno portato gli USA sulla Luna. È il caso del nazista scienziato Wernher Magnus Maximilian von Braun, naturalizzato statunitense.

L’America si è portata il male in casa.

Ma adesso è il caso di tornare alle storie de Nove Racconti Salinger.

Nove racconti Salinger: Bella Bocca e occhi miei verdi

14 Luglio 1951 prima uscita sul New Yorker.

I racconti di J D Salinger sono tutti molto radiofonici, perché si basano principalmente sull’uso dei dialoghi e sull’uso che se ne fa per lo svelamento (sempre parziale e mai definitivo) degli eventi. I racconti cominciano sempre in medias res, mentre i personaggi sono intenti a fare altro. Esattamente come i canali della radio la cui sintonizzazione ti porta ad ascoltare una voce che ha già iniziato a parlare prima di essere stata accesa. Come un flusso indipendente dalla macchina.

Per quanto riguarda lo stile narrativo, J D Salinger si rifà alla semiotica medica da cui i scrittori di gialli hanno attinto per i loro casi da risolvere. I racconti di Salinger sono disseminati di segni da scoprire e interpretare.

Incipit

  1. […] l’uomo coi capelli grigi […] (pag. 137)

Come al solito non abbiamo un nome, ma capelli. Al massimo dei vestiti, belle gambe, nasi grandi da ebreo, mai una palese identità.

I capelli sono grigi o perché il personaggio è avanti d’età o perché è incanutito prima, come Holden.

L’ambientazione è intima, ci troviamo in una camera con due amanti, che stanno su un letto (matrimoniale, non letti gemelli come in A perfect Day o in Teddy). Il telefono squilla e dalla conversazione ricaviamo l’identità dei due parlanti: Arthur e Lee.

Scopriamo che il motivo della telefonata di Arthur è la frenetica e ossessiva gelosia che ha della moglie. Arthur la descrive come una bagascia scema, che scoperebbe con chiunque, tanto da prendergli la foga, tutte le volte che torna a casa tardi, di aprire le porte e gli armadi, per trovare un amante di lei. E sta un tempo indefinibile a lamentarsi con l’amico di quanto è scema lei, di quanto è geloso lui. Lee – l’uomo dai capelli grigi – dall’altro lato pare in tensione, cerca di tranquillizzarlo affermando che tutte queste storie sono solo nella sua testa. Che probabilmente Joanie arriverà da un momento all’altro.

L’effetto che abbiamo è quello di trovarci nel bel mezzo di un triangolo amoroso. Arthur che si dispera gelosissimo della moglie che non torna dopo una festa. Lee che sta dall’altro lato della cornetta nel tentativo di cambiare argomento. E la donna al fianco di Lee che si agita. Sarà forse Joanie?

Quella causa persa

  1. A proposito […] come te la sei cavata oggi? (144)

Abilmente Lee cambia argomento e gli chiede com’è andata la causa. Scopriamo, quindi, che i due sono avvocati e che probabilmente lavorano insieme. Arthur gli risponde che ha perso, ha perso!? In un Paese come l’America dove se sbagli paghi tutto. Arthur ha perso la causa e glielo dice così, per telefono? Perché alla festa non poteva parlargliene, con tutto quel casino.

Arthur ha perso la causa e l’Erede gli farà pagare tutto.

L’uomo coi capelli grigi è dall’altro lato a giocherellare con la cenere. Ma non è che Lee è il capo di Arthur?

Cambio di scena

  1. Joanie è arrivata adesso. (pag. 151)

I due riattaccano dopo la prima telefonata e subito dopo Arthur richiama l’uomo coi capelli grigi e gli dice che la moglie è tornata. Ma come è tornata? Ma non è quella che sta a fianco a Lee?

E adesso come si può interpretare il racconto?

Un’interpretazione è che Arthur si è inventato tutto per capire se la moglie ha rapporti extraconiugali con il suo amico Lee. Un’altra è che in realtà ad Arthur non gliene frega niente della moglie. Il problema è la causa legale che ha perso e come fare a dirlo al capo. Pertanto, per impietosire il capo, si è inventato una storia al limite della sopportazione. E non a caso utilizzando il telefono, quasi a sottolineare la componente costante de nove racconti SalingerPhony. Falsi ipocriti.

Nove Racconti Salinger: Il periodo blu di De Daumier-Smith

Racconto del 1952 che il New Yorker non pubblicherà mai.

La prima cosa su cui ci soffermiamo è il cognome dello zio, Agadganian. Un cognome orientaleggiante, probabilmente ebreo a cui J D Salinger dice di dedicare il racconto.

Incipit

Dopo la crisi del ’29 la famiglia del personaggio si reca a Parigi, a causa della perdita di tutti i loro averi. Il Sogno Americano è solo un’immagine lontanissima che non verrà mai vissuta dalla famiglia De Daumier. Ma, in fondo, non c’è proprio niente da disperarsi vista lo spessore culturale della Francia degli anni ’30. Parigi, la capitale europea e mondiale della cultura. Una Città che pullulava di artisti e grandi intellettuali: Picasso, Magritte, Dalì, Bunuel. Artisti scappati dalla Russia, dagli Stati Uniti, dalla Germania, dall’Italia.

Il personaggio sembra quasi deridere il sogno americano, dal momento che ha vissuto un’adolescenza in una città così artisticamente e culturalmente dotata. Il sogno americano è visto come una cafonata, e cafoni e odiosi sono gli americani.

De Daumier torna negli USA

Disgraziatamente, a detta sua e si sa perché, De Daumier torna negli USA nel 1940. Qualche giorno dopo legge su uno spazio pubblicitario l’annuncio di una scuola d’arte per corrispondenza che cerca fortemente maestri. La scuola è in Canada ed il titolare è un giapponese.

Allontaniamoci un attimo dalla storia per cercare di capire cosa in Nove Racconti Salinger vuole dire.

Il Canada è sotto la corona Inglese. Pertanto nel 1939 entra subito in guerra; le sue truppe impiegate in Asia. I latinos e gli italo-americani che vivevano in Canada vennero spediti al fronte, i nippo-americani in campi di concentramento. Chissà che fine avrebbe fatto Yoshoto di lì a poco.

Nella scuola d’arte per corrispondenza

Entrato nella scuola d’arte come maestro, dopo aver raccontato una serie di frottole ai coniugi giapponesi ha una serie di corrispondenze con sedicenti artisti che gli inviano i loro disegni per farseli correggere. I disegni sono orrendamente banali e privi di tecnica, come i nomi degli autori eccetto che di una: Suor Irma.

Le corrispondenze con la suora proseguono compresi i silenzi con i Yoshoto, fintanto che Suor Irma non viene ritirata dalla scuola. Addoloratissimo De Daumier le scrive una lettera molto più accalorata della prima che le aveva inviato. E che probabilmente è stata la causa scatenante che ha fatto prendere la decisione alla Madre Superiore di ritirare Suor Irma.

De Daumier è davvero addolorato. Sogna di andare in Convento, di portarsi via la Suora in onore della sua preziosa arte. Deve rinunciare alla fede religiosa in virtù del suo grande dono, non c’è altra soluzione.

L’illuminazione e la presa di coscienza

Si prepara di tutto punto e per questo esce di soppiatto dalla scuola. Prenota prima un tavolo in un locale, ma poi ci ripensa e si rifugia nell’abituale tavola calda. Ha appena deciso di consegnare completamente Suor Irma all’arte, a costo di rompere la sua fede. Ma nel tragitto di ritorno ecco un’illuminazione. Dalla vetrina dove una ragazza sta sistemando un cinto armato ad un manichino di legno brilla una luce che lo acceca.

Sarà stata un’auto, un riflesso, chissà, ma per lui succede qualcosa,

il sole sorse d’improvviso e si precipitò sul dorso nasale a 90 km orari (pag. 192).

Dopo quell’evento cambia radicalmente idea e decide di lasciare che la monaca rinunci alla sua arte.

Tutti sono monache (pag.193)

e anche J D Salinger, che nel ’53  si ritira a vita privata per non comparire più.

Nove Racconti Salinger: Teddy

Racconto del 1953 pieno di anticipazioni e prolessi.

Raramente Salinger inizia un racconto svelando subito l’identità dei personaggi. Ma questa è l’eccezione che conferma la regola. Il nome Teddy compare da subito e lui stesso viene descritto piccolino, di 10 anni mentre sta guardando attraverso un oblò l’oceano sottostante. È quindi su una nave e i suoi genitori giacciono sui rispettivi letti gemelli, ancora sonnecchianti. Rappresentano la carnalità, la condanna alla materialità, mentre Teddy è lo spirituale che si fa prodigio.

Il diario di Teddy bambino prodigio

Leggiamo dal diario di Teddy che suo padre ha una strana mania per le piastrine (segno che il padre è stato militare). Le piastrine vennero inventate durante la prima guerra mondiale per riconoscere l’identità dei cadaveri cannonati. Attraverso l’espediente del diario abbiamo il riporto di alcune date (come per il racconto Per Esmè).

Succederà oggi (28 Ottobre 1952) o il 14 Febbraio 1958 (pag. 205).

Quando sarò uscito da questa porta può darsi che anche io esista solo nella mente di chi mi conosce (pag. 205).

La frase suona profetica. Un continuo annuncio cristico della imminente Passione. Ancora un poco e non mi vedrete più, e un altro poco e mi vedrete, perché vado al Padre (Gv 16, 16).

Alla fine di questi Nove Racconti Salinger si fa sempre più spirituale.

La conversione al Vedanta

Alla fine della storia, e anche di tutta la raccolta Nove Racconti Salinger J D Salinger si accinge ad allontanarsi dall’odiato mondo phony.  

Il riferimento è al Vedanta, dottrina creata da Sri Ramakrishna a cui Salinger si era convertito. Ramakrishna crede che ogni religione fornisca alle anime più sincere una strada per arrivare a Dio. Per raggiungere questo obiettivo, però, l’uomo deve meditare e possedere un forte spirito di rinuncia alle cose terrene e vivere in solitudine. La rinuncia alle cose terrene porta alla purificazione dell’anima.

Quando l’ultima reincarnazione sarà compiuta allora ci sarà il rincongiungersi dell’anima alla energia cosmica universale. O Dio. Insomma come volete chiamarlo voi.

Tutta la realtà è sporca, come i corpi dei genitori di Teddy, pesanti sulle lenzuola. Neanche riescono a muoversi.

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Nove Racconti Salinger Scrittore - Con amore e squallore

Premessa: La taciuta guerra di Corea

Con amore e squallore è il racconto verista di J D Salinger che troviamo in Nove Racconti alla vigilia dello Sbarco in Normandia (D Day) e successivo all’esercitazione Tiger. Per chi volesse conoscere tutte le guerre di Salinger (e fidatevi, se l’è fatte tutte durante la Seconda Guerra Mondiale) può consultare questo link. 

Nel 1950, nel pieno della Guerra Fredda, scoppia la guerra di Corea, lo stesso anno in cui Salinger termina Il giovane Holden. Della guerra di Corea abbiamo pochissime testimonianze, sebbene sia stato lo scontro bellico più cruento durante la Guerra Fredda. Cina e URSS erano ancora alleate e, insieme alla Corea, nessuno di loro disponeva della Bomba Atomica.

Per Esmè: con amore e squallore

Amore e squallore: la realtà squallida alla vigilia del D Day

Tutti i soldati americani che passarono per l’Europa furono stati prima di tutto in Inghilterra.
Nel 1944 J D Salinger è nel Devon ed era entrato definitivamente in servizio militare già due anni prima, nel 1942, dopo che era stato inizialmente dichiarato inabile per il suo piccolo scompenso cardiaco.

Poiché conosce il Francese, il Tedesco e l’Inglese, viene arruolato nell’intelligence: ha a che fare con i gerarchi nazisti.

  1. Qui non si vuol compiacere a nessuno. Lo scopo è se mai di edificare, di istruire (pag. 105, Nove Racconti).

Con questo monito J D Salinger ci sta dicendo che l’obiettivo dei suoi scritti non è intrattenere, ma costruire, tramandare ai posteri. E in questo racconto, Con amore e squallore, si nasconde un segreto che non trapela mai da queste pagine. Se non con una data che richiama la nostra attenzione: Aprile 1944 (pag. 105) – 30 Aprile 1944 (dalla lettera di Esmè, pag. 132).

Si dà il caso che nei racconti è raro trovare delle date così ben precise. Si faccia attenzione quando si incontrano le date, vuol dire che si nasconde al di sotto un significato più profondo, un evento, un accadimento che trascende il resto. E il testo. Che cosa era successo quel giorno dell’Aprile del ’44?

  1. Sentivo alle mie spalle il poco cameratesco raspare di molte penne stilografiche su molti fogli di carta (pag. 107).

È sabato, un sabato piovoso e il personaggio ha terminato le tre settimane di addestramento. Insieme a lui altre persone scrivono, forse lettere, in un fare “poco cameratesco” cioè poco incline a sviluppare lo spirito di corpo (militare), poiché troppo interessati alla introspezione (Esattamente come il personaggio). Questi soldati sono 60 intellettuali pronti per lo sbarco in Normandia (D Day).

Imbelli letterati per un’operazione bellica. Soldati dell’intelligence accomunati dalla stessa solitudine.

Amore e squallore: Si sta come d’autunno

  1. Poi, dopo aver sincronizzato il mio orologio con quello della latrina […] (pag. 107)

E cioè, dopo aver sincronizzato l’orologio, quello della vita, allo scarico. Prima o poi qualcuno ti evacua.

  1. Dopo tre anni nell’esercito m’era venuto il vizio di leggere i quadri delle affissioni. Alle tre e un quarto ci sarebbe stata l’ora di canto corale dei bambini. […] Rimasi in piedi sotto la pioggia a leggere tutti i nomi […] Mi sedetti nel primo banco […] (pag. 107)

In Inghilterra era molto sentita la tradizione delle voci bianche. Da notare la ossessività del comportamento del personaggio: leggere tutti i nomi (dei bambini), uno per uno e poi il sedersi in bella vista al primo banco per osservare meglio il coro. Nell’ascoltare i bambini il personaggio resta in una situazione di estati, un sentimento che evidentemente non percepiva da tempo, vista la condizione di solitudine in cui si trova.

Note a margine sullo stile descrittivo

Nella descrizione dei personaggi emerge una chiara volontà da parte dell’autore di non dare loro un’identità, evitando i volti. I personaggi di Salinger sono tutti cappelli, capelli, vestiti, caviglie e polpacci.

Salinger e la solitudine

  1. Erano le prime parole che rivolgevo a qualcuno quel giorno. […] e finalmente trovai un paio di lettere ammuffite da rileggere […]

Di nuovo appare la solitudine del personaggio, che entra in una caffetteria e non quella dove sono stipati gli altri soldati chiassosi. È una solitudine evidentemente ricercata (dal momento che evita i compagni), ma sofferta (viste le condizioni in cui si trova). E la sofferenza emerge da quelle “prime parole”, che rompono il suo essere ammutolito (da cosa?).

Poi si fruga nelle tasche e trova delle lettere da rileggere, cioè, lettere che evidentemente aveva già letto e che per un qualche motivo bisognava leggere di nuovo, forse per combattere la solitudine. Però queste lettere sono ammuffite, con un velo dispregiativo, quasi a dire: mia moglie e mia suocera mi scrivono banalità. Argomenti banali che passano nell’indifferenza di chi sente di stare per essere evacuato da un momento all’altro.

Emerge in un solo periodo (lettere ammuffite da rileggere) quella che poi sarà la difficoltà dei reduci di guerra a reintegrarsi nella vita quotidiana. A tornare a far parte di una comunità, che ha visto solo da lontano gli effetti di una guerra catastrofica che ha fatto milioni di vittime.

Note a margine sullo stile testuale

I tipici argomenti che rientrano nei letterati realisti (Zolà, Verga): amore e squallore. Questo è un altro indizio che Salinger ha disseminato nel racconto, per avvertici che al di sotto del testo si nasconde un avvenimento realmente accaduto.

L’evento di cui J D Salinger vuole renderci nota è quello relativo ai fatti del 28 e 29 Aprile 1944. 

Ecco cosa si nasconde dietro quelle due date.

In quei giorni si tenne un’esercitazione, che precedeva lo sbarco in Normandia (D Day). L’esercitazione si chiamava Tiger e venne effettuata appunto nel Devon. Durante l’esercitazione – e di questo nessuno mai parlò – morirono 578 americani, uccisi dal loro stesso fuoco (il fuoco “amico”). Di quelli che morirono durante l’esercitazione fu data notizia solo dopo D Day. Ai parenti fu detto che caddero contro il nemico.

Il lato autobiografico del racconto

  1. […] Mi piaceva considerarmi uno scrittore di racconti di professione.

J D Salinger fa dire al personaggio, in prima persona, che è uno scrittore di racconti. C’è una vena quanto mai autobiografica all’interno di Per Esmè: con amore e squallore. Proprio per il fatto che ha partecipato a tutte le battaglie dopo l’ingresso degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra mondiale. E soprattutto per quella sua particolare attrazione nei confronti delle ragazzine.

Prosegue la conversazione con Esmè, che si presenta spontaneamente al personaggio. L’incontro è visto molto positivamente da entrambi gli attori: lei con occhi da attrice in palcoscenico pare già grande dall’alto dei suo 13 anni, lui è felice di rompere il suo silenzio al cospetto di una ragazzina che parla da intellettuale e dice di avere nobili origini. La ragazzina parla a più riprese di suo padre morto in guerra, di cui conserva un orologio che appare enorme sul suo gracile polso.

  1. Spero che tornerà dalla guerra con tutte le sue facoltà intatte (pag. 122)

Dice Esmè al soldato intellettuale. E tu ci credi?

Note a margine sullo stile testuale

Fine dell’uso della prima persona. Da questo momento in poi Salinger comincia a parlare in terza persona, chiamando se stesso Sergente X. Non siamo più in Devon, ma in Baviera e la guerra è finita.

Il sergente X

Il Sergente X appare estremamente turbato: non riesce a scrivere a macchina perché le sue dita cozzano l’una contro l’altra, fuma come un pazzo, così tanto da sanguinargli le gengive.

  1. Ma era un giovanotto che non era passato dalla guerra con tutte le facoltà intatte (pag.123)

Ha la sensazione che la mente si sposti e traballi. Vomita, non dorme.

Apre un libro appartenuto alla figlia di Goebbels. La trentottenne ci aveva scritto sopra in tedesco: Dio mio, la vita è un inferno. Una frase senza appigli, sola in mezzo alla pagina bianca a cui il Sergente X aggiunge: Padre e maestri io mi chiedo “Che cos’è l’inferno”? Io affermo che è il tormento di non esser capaci di amore (Dostoevskij).

Il caporale Z

  1. Dico, ma sei diventato di gelatina. Te ne sei accorto? (pag. 127)

Il caporale Z – Calvin – entra nella stanza buia e disastrata del Sergente X. Non viene descritto come un personaggio che brilla di certe capacità intellettive. Ci pare quasi uno scemo, che ha fatto, si, parte della guerra, ma che forse, in quanto scemo, non ci era rimasto sotto col cervello.

  1. Lo sai che hai mezza faccia che balla su e giù come una jeep? (pag.128)

 Ancora segni di pazzia ed esaurimento visibili.

  1. Dice che tu dovevi già essere un tipo instabile, prima ancora di fare il soldato (pag. 128)

Il Caporale Z parla di Loretta, la sua fidanzata, studentessa di Psicologia a cui aveva raccontato di tutti i tic del Sergente X. E lei, prendendo per vere le risposte dai suoi insegnanti, aveva replicato che se il Sergente X era uscito fuori di testa la colpa non poteva essere di certo e solo della guerra.

Ora: è chiaro che un’istituzione a quei tempi non poteva permettersi di dare risposte oggettive in merito ad una guerra fortemente voluta dal governo. La guerra aveva effettivamente provocando un segno indelebile in coloro i quali vi avevano partecipato. I reduci visti in Let there be light, feriti nel corpo e nello spirito, hanno davvero tutti i sintomi che manifesta il Sergente X. Anche il medico che viene inquadrato nel film, in una delle scene in cui si fa terapia di gruppo, afferma che il problema della nevrosi risale certamente all’infanzia. A problemi familiari, turbamenti e traumi precedenti alla guerra.

Della serie: negare fino all’evidenza.

La guerra e la pazzia – Note a margine su amore e squallore

  1. Prendi un uomo che abbia veramente sonno, Esmè, e sta’ sicura che ha almeno una possibilità di ridiventare un uomo con tutte le sue fuc…f-a-c-o-l-t-à intatte (pag. 133).

Torna il tema del sonno, come unica speranza di vita per un pazzo. Le uniche facoltà che può avere è quando dorme.

Abbiamo visto, prendendo anche in considerazione il documentario di Huston, la pazzia. L’abbiamo tastata in tutte le sue forme con tutti i suoi tic e le altre infermità. Il tema dello squallore viene incarnato nella pazzia, in quelle facoltà che non sono poi tornate così intatte dalla guerra.

E poi l’amore, lo struggente tema che si affianca dicotomicamente alle schifezze della guerra. L’amore che ha gli occhi di una ragazzina, di soli tredici anni, con la quale i critici sembrano intravedere una certa Jean Miller. In un’intervista rilasciata tre anni dopo la morte di J D Salinger, la Miller dice di aver conosciuto lo scrittore in Florida, in un Hotel, quando lei aveva 14 anni. Pertanto si presuppone che abbia ispirato sia il racconto che stiamo in questa sede analizzando, sia il primo A perfect Day.

Un amore impossibile, che ci fa storcere il naso, quello di Salinger per le ragazzine. Come quella volta che si innamorò di Oona O’Neill, la piccola Lolita che fece girare la testa anche a Orson Wells e Charlie Chaplin. Quando Charlie se la sposò aveva passato i 50, mentre lei era poco più che diciottenne. Un matrimonio che provocò un terremoto mediatico (tutto a vantaggio dei due personaggi di spettacolo che erano) e tutto a svantaggio di J D Salinger con quel suo tormento. Che cos’è l’inferno? Io affermo che è il tormento di non esser capaci di amore (Dostoevskij).

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Nove Racconti J D Salinger scrittore. A perfect Day

J D Salinger  – A perfect day for bananafish (1947)

Il primo dei Nove Racconti di J D Salinger è un racconto sui generis, che riesce a farci intravedere quale sarà l’andazzo generale. Ma, come tutti gli scritti di Salinger, non ci mostra da subito lo stato delle cose, nè probabilmente aveva come target lettori poco accorti.

Nel corso della lettura degli altri Nove Racconti J D Salinger snocciolerà diversi argomenti. Ci parlerà di molte questioni sviluppate in tutto il periodo precedente e successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Essendo J D Salinger reduce di guerra, le sue storie sono imperniate di quel senso di disperazione.  Di quell’imminente disastro incontrato in Let there be lightNon è stato un caso quel documentario di Huston.

Lo capiremo subito il collegamento guerra e pazzi. La pazzia è sempre presente e, quando non presente, si alterna a stranezze e spiritualità inattese.

A perfect day, ovvero: Un giorno ideale per i pesci banana

A perfect day venne pubblicato per la prima volta nel gennaio 1948 sulla rivista New Yorker.

La prima notizia che abbiamo è che siamo in un albergo e il primo soggetto della scena inquadrata è una ragazza, la ragazza del 507 che aspetta una telefonata. Nell’attesa compie una serie di operazioni, una serie di piccoli gesti dettagliatamente descritti, dai peli strappati alla laccatura delle unghie. Dopo un tempo che copre un arco più o meno definito squilla il telefono. È una madre piuttosto agitata che finalmente ci svela il nome della ragazza: Muriel.

Notiamo subito che lo stile di J D Salinger è pura radiodrammaturgia: ci inserisce in un flusso di informazioni cominciate già prima di sintonizzarci con la stazione. I personaggi vengono svelati attraverso l’arte del discorso, in questo caso, tramite la conversazione tra Muriel e sua madre. Una conversazione abbastanza solita, tra una madre apprensiva e una figlia lontana.

A ben vedere qualche cosa non quadra quando la madre di Muriel chiede di Lui e di quei suoi scherzetti con gli alberi (pag. 7). Meno che mai quando la ragazza afferma che il suo nuovo epiteto affibbiato da Lui è Miss Puttana Spirituale del 1948 (idem). Almeno, però, abbiamo una data (1948, quindi è finita la guerra!), ma Lui invece che problemi ha?

Per prima cosa scopriamo che è stato nell’Esercito e che, quindi, è un reduce di guerra. Che è stato un vero delitto (pag. 9) dimetterlo dall’ospedale (psichiatrico). Che Seymour può perdere completamente il controllo di se stesso. Parola d’onore (idem)

See more Glass – Il primo della famiglia Glass

Ecco che finalmente abbiamo notizie del marito di Muriel, la ragazza del 507. Dalla telefonata abbiamo scoperto che è un reduce di guerra e che dalla guerra non è tornato con tutte le sue facoltà intatte. Continuando la nostra lettura capiamo anche che questo Seymour ha dei comportamenti molto strani e che adesso si trova sdraiato su una spiaggia della Florida, poco lontana dall’albergo dove Muriel ha appena riagganciato il telefono.

Cambio di scena. Sybil Carpenter assilla la madre con un ritornello che dall’inglese è stato tradotto con Acchiappatoio. Nella versione in lingua madre, invece, Sybil dice See more glass, un’omofonia linguistica che sta per Seymour Glass. Il nostro pazzo che sta sulla spiaggia a prendere il sole in accappatoio, per via di quel tatuaggio che non ha marchiato la pelle.

Corre Sybil sulla spiaggia, procede obliquamente sulla sabbia soffice fino a raggiungere un giovanotto che se ne stava sdraiato sul dorso (pag. 14). I due hanno un gran modo di conversare, lei bambina che continua a ripetere See more Glass. E sappiamo che è bambina da quel suo costume da bagno con un pezzo, quello di sopra, assolutamente inutile. Almeno per altri nove o dieci anni (pag. 13).

Dopo un breve tempo a parlare di una certa Sharon Lipschut, non troppo simpatica a Sybil, i due si apprestano a fare il bagno nell’oceano.

A perfect day – La fine di Seymour Glass

Come fa un pazzo squinternato ad avere un rapporto così normale con i bambini?

Symour ci appare improvvisamente normale e così poetico nel raccontare a Sybil questa strana storia su singolari pesci che si rimpinzano di banane. I pescibanana che non riescono neanche a uscire dalla grotta dove si introducono per mangiare fino a scoppiare di bananite (pag.19)E Sybil al limite della fantasia, che caratterizza tutti i bambini, ne vede proprio uno al sopraggiungere di un’onda. Un’onda che le bagna i capelli biondi in uno strillo pieno di gioia (Idem).

La fine, però, è vicina. Le ultime due pagine si concludono nel ritorno alle stravaganze di Seymour anticipate dalla madre di MurielSe le fa piacere guardarmi i piedi abbia almeno il coraggio di farlo senza sotterfugi (pag. 20). Dice il giovanotto alla donna che fugge via dall’ascensore dove si trovavano.

La 507 torna ad essere l’inquadratura privilegiata, dove ancora c’è odore di valigie chiuse e di smalto. Muriel dorme, si sveglierà con uno scoppio di polvere da sparo e un marito pazzo che si è spappolato la testa.

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