Il giovane Holden - Salinger scrittore

The catcher in the Rye – Introduzione

Il giovane Holden è un romanzo di J D Salinger pubblicato in prima edizione nel 1951. Prevede un sapiente impiego della prima persona narrante, la quale snocciola eventi al presente. Sebbene gli avvenimenti fossero tutti terminati. Appare come una specie di diario in cui il giovane Holden richiama spessissimo l’attenzione del lettore, quasi tirandolo per la giacchetta. Un modo sicuramente da radiodramma, da speaker radiofonico che usa un linguaggio al limite del colloquiale.

In tutto il romanzo The Catcher in the Rye ci verranno date informazioni sulle vicende relative alla famiglia Caulfield, i fratelli prodigio, la piccola Phoebe e il defunto Allie. Per non parlare di quel D.B Caulfield scrittore, che però si è venduto ad Holliwood. Informazioni relative al carattere, ai comportamenti, alle passioni del sedicenne alto un metro e ottantanove. Il suo amore per la letteratura inglese e l’odio soffocato per il cinema. L’odio soprattutto per quel mondo phony in cui J D Salinger dev’essere stato perennemente immerso. Tanto da venirgli a noia e dedicarsi alla contemplazione a partire dal 1953.

La gente ipocrita, l’aria funebre che sempre aleggia su tutte le cose, la sensazione di stare da un momento all’altro per scomparire sono le costanti di un libro dal titolo controverso. The Catcher in the Rye, Il giovane Holden, Il terzino nella grappa.

Il giovane Holden – J D Salinger

Il paradosso del cretese o Antinomia del mentitore

Il giovane Holden spara, all’altezza del capitolo 3, quella che potremmo definire paradosso del cretese:

Sono il bugiardo più pazzesco che abbiate mai incontrato (pag. 20)

Secondo la spiegazione del paradosso, se un cretese – e si suppone sia stato per primo il cretese Epimenide di Mileto  – afferma una frase del genere attiva un inghippo risolvibile solo lasciando perdere la causa. Ebbene, se tutti i cretesi sono bugiardi, e io sono un cretese, e se questa frase è vera allora non è vero che tutti i cretesi sono bugiardi.
E se tutti i cretesi sono bugiardi e la frase è falsa allora sarà falso che tutti i cretesi sono bugiardi.

Insomma è vero o no che il giovane Holden è un bugiardo? Oh, per carità! Meglio lasciar perdere.

L’ala Ossenburger e le pompe funebri

Siamo ancora nel capitolo 3. Caulfield afferma che alla Pencey, la scuola di preparazione al collage da cui era stato sbattuto fuori, la sua stanza era nell’ala Ossenburger. Destinata a coloro i quali frequentavano l’ultimo e il penultimo anno. E che lui frequentava il penultimo anno, mentre il suo compagno di stanza, Stradlater, l’ultimo.

L’ala prendeva il nome da un certo Ossenburger che aveva frequentato la Pencey. Uscito da lì, aveva fatto una vagonata di soldi. Come? Aprendo in lungo e in largo per il Paese quelle pompe funebri che ti seppelliscono i parenti per meno di cinque dollari. (pag.20)

Eccolo l’alone di morte che aleggia sulla Pencey, classe 1932/33. È ovvio che su questi ragazzi suonino le trombe di una marcia funebre che porta il nome di Ossenburger.

Uno così è capace di ficcarti in un sacco, buttarti nel fiume e ciao. Ma alla Pencey ha regalato una barca di soldi, perciò gli hanno intitolato la nostra ala.

Beh, mi pare ovvio. Una sorta di investimento a buon rendere. E poi a ben vedere non è forse lo stesso Holden che nel capitolo 7 urla ai suoi cari compagni di dormitorio:

Sogni d’oro imbecilli (pag. 62)

A dire: dormite bene che non vi sveglierete più!

Torniamo al capitolo 3. Caulfield torna dalla chiacchierata a casa del professore di storia, Spencer. Il vecchio con il quale ha parlato nel capitolo 2, maledicendo ogni secondo il momento in cui aveva deciso di andarci. A un certo punto parla di un cappello che ha acquistato a New York:

Un cappello da caccia rosso, di quelli con la visiera lunga lunga (pag.22)

che tornerà spesso nel corso di tutto il racconto. Una specie di segno caratteristico del personaggio, che – come tutti i personaggi di J D Salinger – non hanno volto. Ma solo cappelli, capelli, gambe e caviglie. E, comunque, quel cappello non spara ai cervi, ma alle persone:

Questo è un cappello da caccia all’uomo. Io lo metto per sparare alle persone (pag.27) 

Disse Holden al brufoloso Ackley, quel tipo un po’ cattivo, sporco e assolutamente inappropriato.

Cultura orale e civiltà della scrittura

Mi sembra giusto citare ancora una volta lo scritto di Havelock, quando è così palese il sopraggiungere di un nuovo scontro cultura di casta vs cultura di massa. Specie quando il giovane Holden dice

Io sono abbastanza analfabeta (pag.22)

e nel mentre macina libri di ogni genere, è un asso di composizione, i suoi temi fenomenali sono riconosciuti da tutti, studenti e professori. E non sta forse leggendo un libro di un certo Isak Dinesen, La mia Africa?  Dice, inoltre, che il suo scrittore preferito è suo fratello D.B. (quando non scrive roba ipocrita per Holliwood) e Ring Lardner. Una contraddizione dopo l’altra il racconto di Caulfield, analfabeta ma amante di classici, come Il ritorno del nativo, di Thomas Hardy, che non a caso parla di ipocrisia delle classi agiate e una inarrestabile regressione all’infanzia.

Mi fanno impazzire i libri che quando hai finito di leggerli vorresti che l’autore fosse il tuo migliore amico, per telefonargli ogni volta che ti va (pag.23)

Ma il ragazzo, a detta sua, non telefonerebbe mai a Somerset Maugham, autore di Schiavo d’amore, che pure ha letto e che, però, niente a che vedere con quel pilastro che è Thomas Hardy.

Insomma la generazione di Caulfield è sicuramente basata sulla scrittura, ma vuoi mettere l’oralità della radiofonia?

Caulfield vs Copperfield

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. (Traduzione di Adriana Motti)

A dire: non vi parlerò alla Copperfield. Anche se gli adolescenti americani sono cresciuti con questo mito, con il quale hanno costruito la loro identità. Il rame di Copper e l’amnio di Caul. Il terreno comune (field) sarà nella chimica. E, comunque, anche se i due non si stringono la mano perché nati a un secolo di distanza, ci possono raccontare la TBC. Specie il sedicenne del 1933.

Ecco in pratica com’è che mi sono beccato la tbc e sono venuto qua per tutte queste visite mediche e accidenti della malora. (Traduzione di Adriana Motti)

The Catcher in the Rye: Un romanzo concepito in trent’anni

Ma quando è stato scritto The Catcher in the Rye? Il romanzo è stato pubblicato nel 1951, eppure si manifestano indizi che rimandano direttamente alla fine degli anni ’30. Riscontriamo tali indizi nel capitolo 4, quando il giovane Holden e il compagno di stanza Stradlater vanno ai gabinetti.

Mentre Stradlater si fa la barba comincia a fischiettare uno di quei pezzi Jazz che J D Salinger riporta abilmente. Come Song of India di Tommy Dorsey (1937) oppure Slaughter on Tenth Avenue di Richard Rodgers (1936). E quindi come fa un ragazzino degli anni ’50 a fischiettare musica anni’30?

Oppure quando inizia ad annoiarsi e comincia a ballare tip tap:

Mi sono messo a imitare uno di quei film. Un musical. Io i film li odio come la peste, però mi diverto un sacco a imitarli. (pag.34) 

Ricapitolando. Gli piace ballare il tip tap, alla Frad Astaire e Ginger Roger in uno di quei musical o, forse, stava parlando di Singing in the rain (1950) in quella scena con Gene Kelly falled in love. Però non sia mai a credere che gli piacciano i film (sempre per quel paradosso di cui sopra).

Stasera c’è la prima delle Ziegfeld Follies (pag.35)

Cioè, niente meno cita il nome di una serie di spettacoli teatrali degli anni ’10. Spettacoli teatrali di varietà, voci della strada, che poi sono diventate canzoni a sfondo satirico.

A me comunque del film non me ne fregava niente. Era una commedia, mi pare, con Cary Grant e non so chi. (pag.44)

Tutto l’immaginario del sedicenne è imbastito di riferimenti agli anni ’30. Il che lascia pensare che il romanzo è stato concepito e scritto a cavallo tra i ’30 e i ’40, pubblicato negli anni ’50 ed esploso negli anni ’60.

L’arte di raccontare – Prima di The Catcher in the Rye

In verità The Catcher in The Rye doveva essere pubblicato anni prima, nel 1941 sul New Yorker. La rivista era molto quotata e dava agli scrittori un cospicuo compenso, fino ad un ammontare di 5000 dollari.

La storia di Caulfield che scappa dalla scuola dove era stato cacciato, il dialogo con Spencer e poi l’infiltrazione a casa dei genitori. L’ammonimento della sorellina Phoebe, la volontà di non voler più tornare a scuola sono tutti episodi narrati in questo racconto pubblicato sul Collie’s Magazine nel  ’45: I’m Crazy.

Insomma, una sfiga! Alla fine il racconto venne pubblicato nel ’46 a guerra finita, ma con un altro nome Slight Rebellion off MadisonIn questo racconto si narra delle vicende di Holden nei capitoli 17 e 18, quando il ragazzo incontra Sally Hayes prima e Carl Luce poi. Disgraziatamente doveva essere pubblicato agli inizi di dicembre, ma il New Yorker decise di rimandare la pubblicazione a causa di quell’operazione Hawaii, il 7 Dicembre 1944, a Pearl Harbor.

Sicuramente, quindi, è un libro i cui pezzi sono stati scritti in anni diversi e poi assemblati solo postumi. Lo stile, però, è sempre lo stesso: quello di uno speaker, di un dj, potremmo dire oggi. Di chi usa sapientemente quell’arte di raccontare, in prima persona, a mo’ di biografia. Un po’ come Il fu Mattia Pascal (Pirandello), con quel modo loro di usare la prima persona. Simulando l’oralità come quando ci si metteva alla radio per raccontare e ipnotizzare le grandi masse. Tuttavia, negli anni ’40 il cinema era diventato uno strumento pervasivo. Invece the catcher no, lui odiava il cinema.

Caulfield e il futuro

Odia il cinema, così come odia quelli che gli gridano, mentre se ne sta andando “Buona fortuna”.

È una frase terribile, se uno ci pensa. (pag.19)

Dio, come odio quando mi gridano “Buona fortuna!” mentre me ne vado da un posto! È deprimente(pag.237)

E lo fa deprimere anche quando si parla di futuro, quando sarà troppo tardi (pag.18). Come se pensare al suo futuro lo facesse sentire già morto.

Anzi ha proprio una strana sensazione, ogni volta che attraversa la strada e si sente di scomparire

Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato e scendevo dal maledetto marciapiede, avevo la sensazione che non sarei mai riuscito ad arrivare dall’altra parte.[…] e che nessuno mi avrebbe mai più rivisto. (pag.232)

Il fatto è questo. Il giovane Holden è uno dei Caufield che andranno in guerra e risulterà scomparso. Sicché per evitare che risultasse disperso J D Salinger fa in modo che Holden si rompa la mano da piccolo, così che non possa impugnare alcuna arma.

Lo troviamo sia nel racconto Last Day of the Last Furlough (1944) in cui si parla di un Vincent Caufield, una specie di fratello maggiore. My brother Holden is missing, dice a un certo punto Vincent a Gladwaller.

In This Sandwich Has No Mayonnaise (1945) Vincent Caufield è in Georgia e ripensa ancora a suo fratello: And now they’re trying to tell me he’s missing. Missing. Who’s missing? Not him.

in The Stranger Gladwaller comunica alla fidanzata di Vincent che Vincent stesso è morto.

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